Vivere (e morire per caso)

di Raffaele Pavoni

Data di pubblicazione su web 03/09/2017

Foxtrot

Unico film di un regista mediorientale in competizione ufficiale, Foxtrot dell'israeliano Samuel Maoz è una coproduzione molto articolata sia nello spazio (oltre a Israele, i paesi di produzione sono Germania, Francia e Svizzera) che nel tempo. Sono trascorsi otto anni dal precedente Lebanon, Leone d'Oro a Venezia, film che ha dato a Maoz una certa notorietà anche dalle nostre parti. Poi quasi più nulla, fino a quest'ultima fatica che dietro l'apparente essenzialità nasconde un complesso lavoro di ricerca formale e interiore. 

La trama è articolata attorno a pochi, talvolta sbalorditivi snodi narrativi (che cercheremo di non rivelare). Tre veri e propri coup de théâtre suddividono il film in tre parti, formalmente e contenutisticamente distinte, alle quali solo nel finale lo spettatore riuscirà a dare un senso. Nella prima alcuni ufficiali dell'esercito israeliano annunciano a Michael (Lior Ashkenazi) e a Dafna (Sarah Adler), lui architetto di successo, lei insegnante di filosofia, che il loro figlio Jonathan (Yonatan Shiray), militare, è morto in servizio. Altri soldati si presenteranno successivamente davanti alla coppia con una versione diversa: il ragazzo è vivo, si è trattato di un caso di omonimia. Nella seconda parte Jonathan ci viene mostrato nell'esercizio delle sue funzioni in un posto di blocco nel nord del paese. Compito suo e dei commilitoni è quello di controllare le macchine in uscita: un lavoro di routine che tuttavia prenderà una piega inaspettata. Nell'ultima parte vediamo i due genitori, definitivamente convinti della morte del figlio, impegnati nel tentativo di superare la perdita e di ritrovare, attraverso il dialogo, un po' di serenità.


Una scena del film
Una scena del film

Jonathan è vivo? È morto? E se sì, come è morto? È su questi interrogativi che Maoz riesce sapientemente a creare meccanismi di suspense elementari ma avvincenti. Narrativamente ardito, il film è pieno di false piste e di indizi che non portano a niente. L'indeterminatezza genera inquietudine, tanto nello spettatore quanto in Michael, nei cui scatti d'ira si avverte non solo l'amore paterno, ma anche il personale, ossessivo rimpianto per non aver fatto abbastanza in occasione della morte accidentale di un commilitone.

La prima e la terza parte sono quasi interamente sorrette dalla recitazione muscolare di Lior Ashkenazi, ipertesa all'inizio (a tratti l'attore ricorda il Jake Gyllenhaal più concitato) distesa e riappacificata nel finale, in cui il regista regala a Michael e alla consorte, la brava Sarah Adler, una generosa quantità di primi piani. I toni sono aspri, i dialoghi incalzanti: tensione appena stemperata dal breve inserto di animazione: un rapido flashback semiserio sulla vita di Michael attraverso gli occhi del figlio Jonathan. 


Una scena del film
Una scena del film

Notevole anche il lavoro del direttore della fotografia Giora Bejach sui contrasti, sia tra le varie sequenze (si pensi ai colori dei murales all'interno del container abitato da Jonathan e compagni vs i toni spenti e i forti chiaroscuri degli interni “d'architetto” dell'abitazione dei due) sia all'interno dell'immagine stessa. Efficace la resa espressiva dei volti: le rughe che solcano i volti dei protagonisti sono squarci quasi iperrealisti, paesaggi nei quali si intravede il dramma della guerra. 

Maoz la guerra l'ha fatta come soldato israeliano in Libano durante l'invasione del 1982. Nel suo cinema c'è tanto vissuto e poco contesto (Lebanon era per gran parte girato in un carrarmato). Il regista non vuole parlare di questa o quella guerra (cosa che gli ha attirato dalle “sinistre” europee non poche accuse di giustificazionismo filoisraeliano), ma della guerra in generale, del disordine e dei lutti che essa genera.


Una scena del film
Una scena del film

È quindi il caos, come sembra suggerire l'inaspettato finale, la caratteristica più drammatica di qualsiasi condizione bellica, a prescindere dalle ragioni delle forze in campo? Come afferma lo stesso Maoz citando Einstein: «la coincidenza è il modo che Dio ha di restare anonimo, e Foxtrot è la danza di un uomo con il destino». Perché di guerra si muore, ma ciò che è ancor più drammatico è che spesso si muore per caso, secondo una catena di eventi imprevedibile e difficilmente riconducibile al disegno di una qualche entità ultraterrena: se c'è una cosa che Maoz ha imparato sul fronte è questa.

Il suo cinema sembra animato non solo da un'estrema consapevolezza del mezzo cinematografico, ma anche e soprattutto da un'urgenza espressiva che il tempo non sembra aver cancellato.  



Foxtrot

Cast & Credits



La locandina
La locandina



Cast & credits

Titolo 
Foxtrot
Origine 
Israele, Germania, Francia, Svizzera
Anno 
2017
Durata 
113 min.
Data rappresentazione 
2 settembre 2017
Città rappresentazione 
Venezia
Luogo rappresentazione 
Sala Grande, Palabiennale
Prima rappresentazione 
2 settembre 2017
Evento 
74ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2017
Colore 
Titolo originale 
Foxtrot
Regia 
Samuel Maoz
Interpreti 
Lior Ashkenazi
Sarah Adler
Yonatan Shiray
Dekel Adin
Yehuda Almagor
Shaul Amir
Gefen Barkai
Ran Buxenbaum
Rami Buzaglo
Aryeh Cherner
Produttori 
Michael Weber, Viola Fügen, Eitan Mansuri, Cedomir Kolar, Marc Baschet, Michel Merkt
Produzione 
Spiro Films , Pola Pandora Filmproduktions GmbH, A.S.A.P. Films/KNM
Scenografia 
Arad Sawat
Costumi 
Hila Bargiel
Sceneggiatura 
Samuel Maoz
Montaggio 
Arik Lahav Leibovich, Guy Nemesh
Fotografia 
Giora Bejach
Effetti speciali 
Jean-Michel Boublil
Suono 
Sam Cohen, Ansgar Frerich, Alex Claude
Musiche 
Ophir Leibovitch, Amit Poznanky
Lingue disponibili 
Ebraico