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L’età inquieta

di Luigi Nepi
  Lean on Pete
Data di pubblicazione su web 14/09/2017  

Quest’anno in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia c’è davvero tanta America, come mai negli ultimi anni, ma è un’America quasi militante, che ha voglia di raccontare la crisi politica e soprattutto morale che il paese sta attraversando. Lean on Pete di Andrew Haigh è uno di questi racconti.

Charley (Charlie Plummer) ha sedici anni, non ha mai conosciuto la madre, scappata di casa quando aveva pochi mesi, e abita con il padre, un eterno ragazzone che la sua passione per le donne degli altri costringe spesso a cambiare città e lavoro. Da poco arrivato a Portland, nell’Oregon, vede che vicino casa c’è un maneggio. Qui fa casualmente amicizia con Del (Steve Buscemi), un vecchio e cinico allevatore di cavalli da corsa che lo prende come aiutante, soprattutto per i trasferimenti in occasione delle gare. Durante una di queste trasferte conosce Bonnie (Chloë Sevigny), la fantina che di solito monta Lean on Pete, il docile cavallo preferito da Charley. Quando sembra che uno spiraglio di serenità stia per attraversare la vita del giovane, ecco che tutto inizia a precipitare e a lui non resterà che appoggiarsi a Lean on Pete e alla ricerca della fantomatica zia Margy (sorella del padre) per cercare di non essere travolto.



                                                 Una scena del film

Dopo aver esplorato le imprevedibili dinamiche sentimentali e i laceranti rimpianti di un’anziana coppia in 45 anni, Andrew Haigh salta quattro o cinque generazioni e attraversa l’Oceano (anche metaforicamente) per approdare in America e posare il suo sguardo sui tormenti di un ragazzo alla disperata ricerca di una stabilità non solo affettiva. Basato sul romanzo La ballata di Charley Thompson di Willy Vlautin, Lean on Pete è il delicato ritratto di una età inquieta in cui non si è coscienti dei propri mezzi, delle proprie possibilità e soprattutto delle proprie potenzialità: «Sei forte?» gli chiede il vecchio Del quando lo incontra la prima volta; «Non lo so» risponde il protagonista. Questa tempesta che attraversa la mente e il fisico di Charley viene portata sullo schermo sfruttando tutta la gamma dei campi e dei piani (dal lunghissimo al primissimo), mostrando di fatto l’impossibilità di inquadrare il personaggio all’interno di un suo spazio definito e dedicato, perché tutto in lui e intorno a lui è in continua trasformazione. Come continua a trasformarsi il paesaggio in cui viene letteralmente immerso durante il suo interminabile viaggio all’interno del “ventre molle” dell’America conservatrice, fatto di deserti e di steppe da attraversare, sotto un sole che brucia la faccia e dentro una polvere che riempie i polmoni; ma in quei luoghi ci sono anche boschi e fiumi dove tuffarsi e tornare bambini. 



                                                Una scena del film

Quello di Charley è un viaggio nelle profonde contraddizioni dell’America, soprattutto quella delle classi sociali più segnate dalla crisi: quegli “ultimi” capaci al contempo di inaspettati gesti di generosità e di violenze improvvise e crudeli, sintomo di una schizofrenia sociale verso la quale il protagonista si comporta con altrettanta generosità e violenza. Un «racconto di formazione» in un periodo della vita oscuro e indecifrabile, dove la voglia di normalità diventa un atto eversivo: qui un cavallo può diventare il miglior antidoto a una solitudine esistenziale in cui si ha bisogno di parlare di ciò che si era e di quello che si vorrebbe essere. Il tutto in un film off the road dove è bello ritrovare il tenero cinismo di Steve Buscemi e l’aspra dolcezza di Chloë Sevigny, due grandi attori del cinema indipendente americano che vorremmo vedere più spesso sul grande schermo. 



                                              Una scena del film

Se rappresentare l’adolescenza è sempre difficile, farlo al cinema è ancora più complesso, perché sono necessari una particolare sensibilità e soprattutto il giusto interprete, che sappia far arrivare allo spettatore tutto lo smarrimento delle crisi di quell’età senza ricorrere a inutili semplificazioni o insopportabili stereotipi. Haigh riesce in questa complicata impresa grazie alla misura della sua regia e, soprattutto, alla sorprendente interpretazione di Charlie Plummer, che restituisce anche posturalmente le rigidità, le incertezze, i desideri di chi, troppo presto, si trova costretto a prendere in mano la propria vita: un Premio Mastroianni raramente così meritato e inevitabile.




Lean on Pete
cast cast & credits
 


La locandina
La locandina



 
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