drammaturgia.it
Home | Cinema | Teatro | Opera e concerti | Danza | Arte | Racconti e... | Televisione | Libri | Riviste
Punto sul vivo | Segnal@zioni | Saggi | Profili-interviste | Link | Contatti
cerca in vai

Pulp’s not dead

di Raffaele Pavoni
  Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Data di pubblicazione su web 24/08/2017  

È stato presentato al Lido il noir di Martin McDonagh, inglese di origini irlandesi, classe 1970, al suo terzo lungometraggio, dopo In Bruges – La coscienza dell’assassino (2008) e 7 psicopatici (2012). Contraddistinti da un umorismo perverso e un po’ “violento”, questi film hanno contribuito a rendere seminoto il suo nome nella cerchia dei cinefili. Manca ancora la consacrazione a regista “di culto”. Ma dopo Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, le cose sono destinate a cambiare.

Le vicende narrate, ambientate in una provincia americana qualunque (Ebbing è un luogo di fantasia), hanno per protagonista Mildred (Frances McDormand), madre in cerca di giustizia per lo stupro e l’assassinio della figlia, i cui colpevoli non sono mai stati accertati. Accusando la polizia locale di incompetenza e di negligenza, la donna decide di noleggiare tre cartelloni pubblicitari in una strada secondaria. Qui Mildred appenderà tre manifesti con altrettante domande, per chiedere giustizia e interpella direttamente il capo della polizia William Willoughby (Woody Harrelson). Lo sceriffo, malato terminale di cancro, cercherà di placare la disperazione della madre  sottolineando la oggettiva assenza di prove incriminanti, ma invano. Al suo decesso, il suo braccio destro, la “testa calda” Dixon (Sam Rockwell), malmenerà l’agente pubblicitario Red (Caleb Landry Jones), reo di aver concesso lo spazio per i tre manifesti. È l’inizio di una vera e propria guerra destinata a lacerare la pacifica comunità locale; a questa ne corrisponderà un’altra, più intima: quella tra Mildred e l’ex marito Charlie (John Hawkes) sulla responsabilità della morte della figlia.


Una scena del film
Una scena del film

Di estrazione teatrale, McDonagh non è forse un personaggio particolarmente simpatico, ma tra le sue virtù possiede una non comune sicurezza di sé e dei propri mezzi espressivi. Ama il dettaglio. Il tema trattato offre numerosi spunti per una riflessione socio-politica sull’America contemporanea: assenza di punti di riferimento, mancanza di fiducia verso una giustizia che non sia quella personale, precarietà dei legami familiari, etc.

Dai film precedenti il regista riprende un certo gusto noir, se non addirittura pulp, fatto di psicologie perverse, madri che istigano alla violenza, sorridenti padri di famiglia che si suicidano, poliziotti razzisti, parcheggiatori nani alcolisti, il tutto in un complesso reticolo di vendette, rivalse, desideri di riscatto. Ma soprattutto c’è tanta commedia, tanto strepitoso black humour.

McDonagh punta tutto sulla performance degli attori e sulla perfezione della sceneggiatura (probabilmente un retaggio del suo background teatrale). Quasi tutto il film si regge sulla performance, potente ma mai eccessiva, di Frances McDormand. Dichiara l’attrice: «per creare Mildred mi sono ispirata a John Wayne, perché non c’erano modelli femminili analoghi su cui basarmi». Il suo è un personaggio inedito, complesso, disegnato per sottrazione: una lottatrice dal volto coriaceo e dall’apparente insensibilità verso cause che non siano la propria.


Una scena del film
Una scena del film

Tutti i personaggi sono privi di psicologia, mere pedine al servizio dell’azione; nei loro confronti né la macchina da presa né lo spettatore possono provare empatia. In base a una continua, elementare dialettica bene-male, con tutte le intersezioni tipiche del pulp (il male dentro il bene, il bene che sembra male, il male che ambisce a diventare bene, etc.), i tre protagonisti, su cui ruota il sapiente gioco al massacro di McDonagh (Mildred, Willoughby, Dixon), non hanno altra funzione che quella di rilanciare continuamente il gioco, come in un dedalo di incastri in cui tutti i pezzi sono necessari, e tutto è finalizzato all’intrattenimento.

Three Billboards è un film splendidamente “cinematografico”, finzionale, avulso da qualsiasi coordinata spazio-temporale. Il pubblico, inevitabilmente, assocerà McDormand  con il marito Joel Coen. Effettivamente la narrazione della pellicola sembra svilupparsi sulla falsariga di quella di  Fargo (1996), film per il quale la stessa McDormand è stata insignita di un Oscar come Migliore Attrice Protagonista. Voci maligne sostengono che sia stato proprio il marito a rivedere la sceneggiatura originale; cosa che, se fosse vera, permetterebbe, dopo Suburbicon di George Clooney, di additare i Coen come ideali candidati al Leone d’Oro come Migliori Autori non Accreditati del Festival.


Una scena del film
Una scena del film

Eppure, sarebbe ingeneroso non riconoscere alcun merito a McDonagh, che con questo terzo film marca il segno più ancora che nei precedenti, rappresentandone una sorta di perfezionamento: Three Billboards parte dal pretesto dell’affissione dei tre manifesti, vero e proprio casus belli, hamartia di una tragedia di cui non vediamo la fine, o quantomeno di una dinamica di eventi tale da minare l’ordine costituito. Questa mattanza costantemente in fieri, mai fine a sé stessa, genera un climax destinato a durare potenzialmente all’infinito e che si protrae ben oltre i titoli di coda (altro elemento tipicamente coeniano).

Nella spirale di violenza la fine può esistere, ma può anche non esistere: tutto dipende dalla volontà dei protagonisti di proseguire l’azione. Non solo. Con Three Billboards ci si diverte, molto più di quanto avremmo sperato. E si ride, di gusto, perché le battute sono buone, i personaggi funzionano, e una buona dose di cinismo fa sempre bene.




Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
cast cast & credits
 

La locandina
La locandina




 
Firenze University Press
+39 0552743051 - fax +39 0552743058
Borgo Albizi, 28 - 50122 Firenze

web:  http://www.fupress.com
email:info@fupress.com
© Firenze University Press 2013