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Cinema “concreto”

di Raffaele Pavoni
  Spira mirabilis
Data di pubblicazione su web 09/09/2016  

La scelta degli organizzatori di includere nella competizione ufficiale un film anti-narrativo come Spira Mirabilis rappresenta sicuramente una delle operazioni più coraggiose di questa edizione della Mostra. L’ultima fatica (mai termine fu più appropriato, visti i tre anni e mezzo di lavoro) di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, qui al loro sesto lungometraggio a quattro mani, è un oggetto inclassificabile: anti-cinematografico, quasi privo di dialoghi, a metà strada tra documentario e videoarte, tra sperimentazione formale e discorso filosofico. Il film occupa uno spazio, all’interno della programmazione festivaliera, analogo a quello dedicato l’anno scorso a Heart of a Dog (link) di Laurie Anderson: una nicchia laterale, con tutta probabilità fuori dai giochi, ma non priva di interesse; una finestra sull’underground contemporaneo, alla quale magari non ci si affaccia spesso, ma dà sollievo sapere che c’è.

Se il citato film di Anderson si presentava come un breve videodiario a cui lo spettatore poteva decidere di accedere o meno, quello di D’Anolfi e Partenti è un lavoro decisamente più ostico: un documentario di ricerca nel senso più ambizioso del termine; una riflessione sulla mortalità dell’uomo sviluppata in maniera orgogliosamente libera, al punto da fare della propria anarchia compositiva un vero e proprio manifesto.


Una scena del film
Una scena del film

Il film trae spunto dalle ricerche dello scienziato giapponese Shin Kubota, salito all’onore delle cronache internazionali per aver scoperto l’esistenza di una piccola medusa immortale, la Turritopsis. Da qui gli autori approfondiscono il concetto di immortalità e la lotta incessante dell’uomo contro la propria finitudine. I limiti umani, simboleggiati dai quattro elementi (acqua, aria, fuoco, terra), sono descritti con set e materiali differenziati. All’acqua corrispondono i filmati relativi alle ricerche di Kubota. L’aria è suggerita dalle riprese del lavoro degli artigiani Felix Rohner e Sabina Schärer nella produzione di una particolarissima forma di tamburo metallico (lo steel pan). Seguono il fuoco, abbinato alla storia di due componenti di una comunità Lakota in lotta contro una società che li vuole annientare; e la terra, con la documentazione del costante lavoro di restauro delle statue del Duomo di Milano (tema già affrontato dai registi l’anno scorso ne L’infinita fabbrica del duomo). A interrompere questo flusso continuo la voce dell’attrice e scrittrice russa Marina Vlady, che su schermo nero e con tono metallico declama alcuni estratti de L’Immortale di Jorge Luis Borges


Una scena del film
Una scena del film

Questi gli ingredienti – o meglio i “campionamenti”, per usare una metafora musicale – con i quali D’Anolfi e Parenti compongono una sorta di sinfonia audiovisiva. In effetti il loro lavoro sul girato, più che al montaggio cinematografico tradizionale, sembra guardare al metodo compositivo della musica concreta, che consiste nel manipolare il materiale, scomponendolo ed evidenziando la “matericità” della registrazione, attraverso un complesso lavoro di interpolazioni e sovrapposizioni di piste visive e sonore.

Come suggerisce il titolo (Spira Mirabilis sono gli studi sulla spirale logaritmica, il cui raggio cresce ruotando e la cui curva si “avvolge” intorno al polo senza raggiungerlo mai), il film “gira intorno” all’idea dell’arte pura attraverso l’uso di efficaci metafore. Quella degli artigiani svizzeri orgogliosi della propria manualità, pur nella consapevolezza di potersi avvicinare con i moderni strumenti informatici alla perfezione del suono. Quella del restauro delle statue del Duomo, tentativo costante di raggiungere un ideale di purezza, in realtà solo il preludio a nuovi, incessanti restauri. E ancora: l’esistenza dell’etnia Lakota in perenne, precario equilibrio. L’ambiguità dello stesso scienziato giapponese, che millanta di aver raggiunto la purezza (il centro della spirale), ma la sua inadeguatezza e inaffidabilità inducono a dubitarne.


Una scena del film
Una scena del film

È sul discorso poetico che si fonda la selezione e il montaggio del materiale girato o viceversa? La questione, valida per tutto il cinema documentario, è ancor più legittima per un prodotto come questo, dove la postproduzione riveste un ruolo di primissimo piano. In realtà la linearità della narrazione sembra non preoccupare i due registi, interessati semmai a una dinamica compositiva di tipo associativo, di stampo purovisibilista. Così Massimo D’Anolfi in conferenza stampa: «non crediamo nel cinema per il pubblico, ci rivolgiamo più alle persone che hanno uno sguardo critico sulla realtà». È inevitabile provare un’istintiva simpatia per un’operazione come questa, e il fatto che il progetto sia stato promosso e finanziato da Rai Cinema (onore al coraggio) condisce il tutto di un piacevole sapore di sfida.

Perché al di là dell’esegesi dell’opera, che si dimostra poco nitida sin dalla sua genesi (poco chiara, ad esempio, è la connessione tra i quattro elementi e l’immortalità), Spira Mirabilis è un prodotto talmente outsider da non poter non intrigare. L’approccio istintivo e anti-narrativo del film costringe gli autori a fornire continui stimoli visivi e sonori; in questo modo il film trova una sua strada, una sintesi all’eterogeneità del materiale di partenza.

D’Anolfi e Parenti inseguono un’utopia, quella di un’arte pura cui nessuno può giungere: un’altra spirale meravigliosa, se vogliamo. Se Spira Mirabilis rappresenta una sfida, la sfida non può che dirsi vinta: la commozione dei due registi di fronte ai sei minuti di applauso in Sala Grande sta lì a testimoniarlo.




Spira mirabilis
cast cast & credits
 
In concorso

La locandina
La locandina



 
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