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Elena e il suo doppio

di Diana Perego
  Elena e il suo doppio
Data di pubblicazione su web 21/03/2016  

«Elena che superava ogni donna in bellezza, abbandonato il suo illustre marito, andò a Troia per mare, scordando del tutto la figlia e i genitori» (Saffo, 16 LP); Elena «cagna perversa e abominevole» (Iliade, VI, v. 344).  Elena che, in nome dell’amore, infrange i tabù e dimentica i suoi ruoli di moglie, madre e figlia; è questa l’immagine radicata nel nostro immaginario.

E se invece Elena non fosse fuggita con Paride? Se la più bella tra le donne fosse rimasta fedele al marito Menelao? Se il suo fantasma, un eidolon evanescente, e non Elena in persona avesse tradito il marito causando la guerra di Troia? Allora Greci e Troiani avrebbero combattuto per “una nuvola” e la più terribile delle guerre sarebbe stata inutile.

La tragedia Elena di Euripide, rappresentata per la prima volta ad Atene nel 412 a.C., racconta un filone alternativo del mito della guerra di Troia, narrato da Esiodo e dal poeta lirico Stesicoro, secondo il quale la moglie di Menelao sarebbe stata condotta, per volontà della dea Era, in Egitto presso la corte del re Proteo. Il suo fantasma, una «nuvola di aria», avrebbe quindi causato la guerra di Troia. La fama poi inarrestabile della donna adultera dalla bellezza perniciosa, causa di tutti i mali, avrebbe attraversato l’ecumene e il tempo giungendo fino a noi.

Elena è un dramma non facile perché si confronta con uno dei miti più conosciuti della classicità: il rapimento di Elena e la conseguente guerra di Troia. Ma, poiché approfondisce un filone secondario del mito, confonde e stupisce gli spettatori di ieri e di oggi unendo il piacere del riconoscimento al gusto della sorpresa.

La rappresentazione di Elena è poco frequentata. Basti qui ricordare Elena e il suo fantasma, rappresentata nel 2003 in occasione del 56° ciclo di spettacoli classici del Teatro Olimpico di Vicenza, con la regia di Marco Sciaccaluga.

Un momento dello spettacolo © Aléx Daní
Un momento dello spettacolo 
© Aléx Daní

Lo spettacolo Elena e il suo doppio, regia di Christian Poggioni, direzione drammaturgica di Elisabetta Matelli, di scena al Teatro S. Lorenzo alle Colonne di Milano il 10 marzo scorso, si basa sul dramma euripideo. Nello spettacolo si mescolano sapientemente momenti tragici e comici nel rispetto del testo originale. Siamo nella corte egiziana governata da Teoclimeno, il pretendente di Elena. La scenografia è minimale: la tomba del re Proteo, alcuni gradini e la consueta porta che si apre su spazi retroscenici. Elena compare in scena tra ancelle intente a filare e per analogia il pensiero corre subito a Penelope tessitrice, la moglie devota per eccellenza. Di particolare interesse la ricostruzione dell’antico filatoio, basata su un reperto archeologico, ad opera di Dino Serra

La prima parte dello spettacolo è melodrammatica. Elena, edotta da Teucro sugli avvenimenti tragici di Troia, si dispera, urla e piange, sorretta dalle ancelle. Emerge con evidenza lo studio scrupoloso della gestualità dell’attore tragico che non si limita a parlare in scena ma agisce e interagisce. Giulia Quercioli ha il merito di esprimere il pathos della protagonista attraverso l’uso consapevole della voce e la gestualità convincente. Il coro intorno a lei, composto da cinque donne, ne amplifica i sentimenti. Le coreute ballano, cantano e interagiscono armoniosamente sia in gruppo che singolarmente. Purtroppo solo nel finale, per ineludibili esigenze di ricezione, cantano in greco antico il verso toiond apebe tode pragma (“così termina questa storia”). 

Tra le scene comiche è particolarmente riuscita quella in cui Menelao (Stefano Rovelli), vestito di stracci, reclama ospitalità presso la corte egizia. L’eroe si vanta con la vecchia portinaia della sua origine nobile e della sua abilità bellica, ma la serva lo scaccia rispettando la volontà del padrone di non accogliere nessun greco.

Con toni leggeri emerge in controluce un tema importante e di stretta attualità: l’accoglienza dello straniero. I rapporti tra Occidente (Grecia) e Oriente (Egitto) sono complessi, ieri come oggi. Significativa la prevaricazione della furbizia greca (di Elena) sull’ingenuità egizia (di Teoclimeno) nel finale della storia. Lo spettacolo unisce con un filo sottile il contesto storico di Atene del 412 a.C., coinvolta e sconvolta nella Guerra del Peloponneso, e la nostra contemporaneità. L’inutilità della guerra, generata da futili motivi, da “nuvole” di pretesti, è espressa in modo sinteticamente tragico dal vecchio messaggero (Federica Scazzarriello in una rhesis di straordinaria bravura): «abbiamo sofferto invano per una nuvola».

Un momento dello spettacolo © Aléx Daní
Un momento dello spettacolo 
© Aléx Daní

Anche il tema del doppio, al centro del dramma euripideo, suscita interrogativi e riflessioni attuali. Nella tragedia di Euripide si contrappongono Elena-nuvola creata dagli déi, prototipo della donna seduttrice e fedifraga, e Elena-reale, moglie fedele. Le due entità non entrano mai in contatto e la nuvola si dissolve nell’avanzamento del plot. Come Elena anche l’uomo contemporaneo, social in rete e individualista nella vita quotidiana, sembra vivere un’esistenza bipolare: una vita virtuale-iconica e una reale-corporea. In rete le immagini e le notizie viaggiano veloci così come la cattiva fama di Elena si diffonde nel Mediterraneo.

La sofferenza di Elena, causa di tutti i mali, è tale da farle dire: «Oh se potessi cancellare il mio splendido aspetto, come si toglie il colore da una statua e assumerne uno brutto».

Originale l’intermezzo musicale Miao di Rossini eseguito dal vivo da Adriano Sangineto. Il duetto, cantato dal musicista e da una corifea, rompe in modo inaspettato la quarta parete e suggerisce un ulteriore livello di interpretazione. Elena e Menelao, finalmente riuniti, ballano, si abbracciano e si baciano. Elena in questa scena esprime pienamente il suo fascino, la sua fisicità. La donna non è, e non può essere, una statua incolore; è una gatta che fa le fusa, che seduce sia il marito che Teoclimeno. I due uomini sono sedotti e remissivi. Elena è la regista degli avvenimenti, come emerge poi nel piano di fuga da lei ideato e messo in atto.

Un momento dello spettacolo © Aléx Daní
Un momento dello spettacolo 
© Aléx Daní

Lo spettacolo ha il merito di suggerire la complessità interiore della protagonista riconducibile all’universo femminile composito delle eroine tragiche euripidee. Un’altra donna appare affascinante e inquietante: Teonoe, interpretata da Federica Gurrieri, è la veggente, la diversa, colei che sa e che comprende. L’attrice ne esprime la “diversità” attraverso lo sguardo alienato e i gesti manierati.

I costumi, realizzati con tessuti raffinati e decorazioni in ottone e cuoio, rievocano le atmosfere orientali e, più in generale, un mondo a colori in cui le tinte si mescolano, le sfumature si confondono e «ogni colore nasce dall’influenza del suo vicino» (C. Monet). Lo spettacolo ha il merito di restituire la policromia del teatro greco antico: un teatro a “colori” al pari dell’arte ellenica.



Elena e il suo doppio. Dall'Elena di Euripide
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