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Lasciar andare le cose

di Elisa Uffreduzzi
  Gravity
Data di pubblicazione su web 16/10/2013  

 

La dottoressa Ryan Stone (Sandra Bullock) è un ingegnere medico prestato alla ricerca spaziale dopo un accurato ma pur sempre insufficiente addestramento. Nella sua prima avventura oltre l’atmosfera terrestre, la affianca un equipaggio di esperti, capitanato da Matt Kowalsky (George Clooney), un astronauta alla sua ultima missione. Durante quello che dovrebbe essere un intervento di routine, la nave spaziale e parte della squadra momentaneamente fuori bordo vengono investiti da un’improvvisa pioggia di detriti involontariamente causata da un’operazione finita male su una stazione spaziale russa. Gli unici superstiti - Kowalsky e la dottoressa Ryan - il cui solo appiglio è ormai il sottile cavo che li lega l’uno all’altra, dovranno tentare l’impossibile per cercare di tornare sulla Terra. Tutto questo si svolge nei primi minuti del film, mentre il resto della vicenda si esaurisce nei faticosi tentativi compiuti sulla strada dell’improbabile ritorno. Eppure una struttura narrativa così esile, due soli protagonisti e pochi ambienti - l’abitacolo di vari mezzi spaziali, lo spazio in(de)finito - sono sufficienti a tracciare le linee di un thriller ad alta tensione, in grado di sostenere perfettamente i suoi 90 minuti. Alfonso Cuarón mediante il digital 3D paradossalmente esalta non tanto le inquadrature di più ampio respiro (che sarebbe un uso più scontato di questa tecnica) - le vedute dello spazio profondo - quanto quelle degli ambienti più angusti, i cui limiti vengono così enfatizzati, fino alla soluzione estrema delle soggettive dall’interno del casco della tuta da astronauta. In queste, il riflesso sul relativo vetro acquista una profondità particolarmente suggestiva, che sottolinea lo stato di angoscia del soggetto - Sandra Bullock nella fattispecie - accentuato dal fiato che si fa sempre più corto, man mano che l’ossigeno diminuisce.

 



Quest’ultima, alle prese con una prova d’attore particolarmente impegnativa in un film imperniato sulla sceneggiatura e l’interpretazione di due soli protagonisti - di cui la sua è principale - si conferma un’ottima professionista. Clooney è parimenti all’altezza dei suoi compiti: “gigioneggia” come solo lui sa fare, in un ruolo caricaturale e denso di retorica che sembra tagliato su misura per lui - quello del veterano che dispensa aneddoti, esperte soluzioni e perle di saggezza («devi imparare a lasciar andare le cose» sarà il suo saluto alla compagna d’avventure).

 

Gravity, con cui si è aperta lo scorso 28 agosto la 70ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica al Lido di Venezia, è decisamente un buon film, carico di suspense, dove non mancano riflessioni etiche (è giusto rinunciare a salvare una vita per difendere la propria? E se sì, quando? Fino a che punto è lecito arrivare senza sconfinare in un ottuso e masochistico accanimento?).

 



Lodi e complimenti dunque… fino alla chiassosa - anche letteralmente - sequenza finale, in cui Sandra Bullock atterra fresca come una rosa e nonostante le iperboliche difficoltà affrontate sfoggia una forma fisica degna di una pubblicità di abbigliamento per il fitness. Un po’ tremante - ma neanche tanto - si alza dal suolo inquadrata dal basso verso l’alto, che pare di assistere all’avvento dell’homo erectus. Non serviva, il film poteva benissimo fermarsi prima, lasciando solo intuire un epilogo prevedibile, ma ancora non scontato. Ci piacerebbe che il talentuoso Cuarón seguisse le proprie parole (sua e del figlio Jonás Cuarón la sceneggiatura del film) e “imparasse a lasciar andare le cose”, l’intera sequenza finale in questo caso.


Gravity
cast cast & credits
 



 
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