Dalla Cina senza furore

di Vincenzo Borghetti

Data di pubblicazione su web 02/05/2011

Turandot

Quando un teatro importante affida un'opera di repertorio a un regista generalmente considerato d'avanguardia, è segno che vuole qualcosa di nuovo, di diverso, di creativo, magari con punte di audacia e, laddove possibile, di provocazione. Quando l'opera in questione è Turandot, titolo di strarepertorio e prediletto per allestimenti in genere disneyano, questo desiderio da parte della committenza mi pare particolarmente chiaro. Uno dei motivi di interesse per la Turandot in cartellone nella stagione 2010-2011 della Scala era quindi la regia di Giorgio Barberio Corsetti, figura di spicco del teatro d'avanguardia a livello internazionale, autore poi di una delle migliori produzioni liriche degli ultimi anni (la splendida, ipertecnologica Pietra del paragone coprodotta dal Théâtre du Châtelet di Parigi e dal Teatro Regio di Parma nel 2006-2007). La collaborazione con i protagonisti del teatro contemporaneo è del resto uno degli elementi caratterizzanti della gestione Lissner del teatro milanese, e ha portato alla Scala le regie di Dante, Nekrosius, Fura dels Baus, Martone, Kentridge, Cassiers, solo per fare qualche nome. Gli esiti sono stati alterni, ma almeno per le produzioni della Scala si è tornato a discutere di teatro (a volte in modo acceso, come nel caso della Carmen del 2009), e a sentirsi così un po' più vicini a quei paesi in cui non si ha paura di confrontarsi con la tradizione anche con pizzico di salutare irriverenza.

 

Un momento dell'opera
 

Stavolta, però, qualcosa non ha funzionato. Corsetti sostanzialmente non ha preso posizione; non ha impostato la sua regia prendendo una distanza “critica” dall'opera, né esplicitando sottotesti e sottintesi finora inesplorati della vicenda. Né ha scelto l'opzione del lavoro minuzioso sugli attori, né, come era ovvio attendersi, della decorazione fastosa. Per che cosa ha optato allora? Difficile da dire. C'era un po' della Cina delle favole, ma con poche sete e ori, pochissime pagode e niente draghi (scene e costumi di Giorgio Barberio Corsetti e Cristian Taraborrelli). C'erano momenti di distanza “critica”, il divertente siparietto di Ping, Pang e Pong nel secondo atto con proiezioni chroma key, e quello meno felice nel primo quadro del terzo, ma erano brevissimi, oltre che evidenti ricicli dalla Pietra del paragone. C'erano poi un po' di saliscendi delle scene (la Scala, si sa, ha dotazioni tecniche di prim'ordine), un po' di proiezioni sul fondale, la luna-volto di Turandot nel primo atto, cieli cupi negli altri due (videoproiezioni di Pierrick Sorin). C'erano infine una manciata di mimi e acrobati circensi all'orientale (coreografie di Ricky Sim). Ma nessuno di questi aspetti costituiva il perno dell'allestimento. Insomma, gli spunti erano tanti, troppi forse, e fatalmente il loro impiego è stato episodico: ovunque un po' di tutto. La mia impressione, alla fine, è stata quella di una regia poco convinta, che ha messo in fila pezzi di routine operistica chic, senza fare mai una scelta. E così facendoci rimpiangere persino le Turandot nazionalpopolari più spudorate, dove il Kitsch esagerato può almeno indurre sospetti di inopinate “genialità” del tipo: «ma non sarà mica tutto “tra virgolette”?».

 

Meglio la parte musicale, soprattutto la direzione di Valery Gergiev che, sebbene non esente da difetti di coordinazione tra buca e scena, ha ottenuto dall'orchestra e dal coro della Scala nella loro forma migliore un suono spettacolare: mai nella mia memoria avevo sentito un Puccini così modernista, scintillante e spietato. A questo scopo Gergiev ha messo in sordina le sfumature sentimentali della partitura: almeno lui una scelta chiara ha avuto il coraggio di farla.

 


Un ensemble scenico
 

Meno uniforme la prestazione dei cantanti. La migliore della serata è stata senza alcun dubbio Ekaterina Scherbachenko (Liù), interprete perfetta dal punto di vista vocale, musicale e scenico: a lei e al direttore sono andati i maggiori consensi del pubblico. Lise Lindstrom, nonostante una tecnica solida, non è stata invece una Turandot trascinante, colpa del registro medio poco voluminoso, che l'ha penalizzata nei passaggi centrali dell'aria d'esordio. La sua caratura di interprete è comunque emersa nel corso della recita, e, dopo la bella prova nel duetto del terzo atto, le ha anche assicurato un'ovazione agli applausi finali. Qualche problema l'ha invece avuto il tenore Stuart Neill (Calaf). Non aiutato da una figura imponente, Neill è stato un Calaf generico, sotto il profilo vocale in difficoltà in alcuni momenti topici (all'impervio «tutta ardente d'amor!» del secondo atto si è temuto il peggio) e in tutta la parte finale dell'opera. Bene gli altri interpreti: Marco Spotti (Timur), Antonello Ceron (Altoum), Angelo Veccia (Ping), Luca Casalin (Pang), Carlo Bosi (Pong). In particolare gli ultimi tre hanno mostrato anche ottime capacità attoriali nel siparietto con telecamere e proiezioni dei loro primi piani all'inizio del secondo atto.

 

Turandot

Cast & Credits


La Turandot di Giorgio Barberio Corsetti alla Scala


Cast & credits

Titolo 
Turandot
Origine 
Italia
Anno 
2011
Durata 
3 h ca.
Data rappresentazione 
16 aprile 2011
Città rappresentazione 
Milano
Luogo rappresentazione 
Teatro alla Scala
Prima rappresentazione 
10 aprile 2011
Libretto 
Giuseppe Adami e Renato Simoni
Regia 
Giorgio Barberio Corsetti
Interpreti 
Lise Lindstrom (Turandot)
Antonello Ceron (L’imperatore Altoum)
Marco Spotti (Timur)
Stuart Neill (Il principe ignoto - Calaf)
Ekaterina Scherbachenko (Liù)
Angelo Veccia (Ping)
Luca Casalin (Pang)
Carlo Bosi (Pong)
Ernesto Panariello (Mandarino)
Maria Blasi (Prima ancella)
Barbara Lavarian (Seconda ancella)
Jaeheui Kwon (Il principe di Persia)
Produzione 
Teatro alla Scala
Scenografia 
Giorgio Barberio Corsetti e Cristian Taraborrelli
Costumi 
Giorgio Barberio Corsetti e Cristian Taraborrelli
Coreografia 
Ricky Sim
Luci 
Pasquale Mari
Musiche 
Giacomo Puccini (finale realizzato da Franco Alfano sulla base degli abbozzi dell’autore)
Orchestra 
Orchestra del Teatro alla Scala
Direzione d'orchestra 
Velery Gergiev
Coro 
Coro del Teatro alla Scala, Coro di voci bianche dell’Accademia del Teatro alla Scala
Maestro del coro 
Bruno Casoni
Note 
Video: Pierrick Sorin