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Gatto nero (senza gatto bianco)

di Luigi Nepi
  Cirkus Columbia
Data di pubblicazione su web 07/09/2010  

Danis Tanovic è quello che potrebbe essere definito un ex ragazzo prodigio: nel 2001, a soli trentadue anni e con la sua opera prima (l’esplicitamente metaforico No Man’s Land), è riuscito a vincere quasi tutto il possibile, compreso il Golden Globe e l’Oscar per il miglior film straniero, un’improvvisa ubriacatura dalla quale spesso è difficile riprendersi. E così è stato anche per Tanovic che ha aspettato ben quattro anni prima di realizzare il suo secondo lungometraggio, il kieslowskiano e deludente L’enfer. Dopo la non felice anche se ricca esperienza di Triage (con Colin Farrell, Christopher Lee e Paz Vega), ecco che con Cirkus Colombia Tanovic torna nei luoghi e nei tempi che sente di conoscere meglio: la sua Bosnia dei primi anni Novanta, proprio subito prima dell’inizio della devastante guerra contro a Serbia, quello che lui stesso ha definito: “L’ultimo periodo felice della mia patria”.

 


La storia si svolge nel 1991, in un piccolo paesino alla periferia di Sarajevo dove Divko Buntic (un sempre bravo Miki Manojlovic), approfittando della caduta del comunismo e dell’inizio della dissoluzione dello stato jugoslavo, ritorna dopo essere scappato venti anni prima, lasciando moglie e un figlio appena nato. Grazie anche ad una piccola fortuna accumulata in Germania, Divko è intenzionato ad acquisire un ruolo di prestigio all’interno della piccola comunità, presentandosi a bordo di una lussuosa Mercedes ed accompagnato da una giovane e bellissima amante che esibisce come un trofeo per le vie del paese. Grazie all’amicizia con il nuovo sindaco, Divko riesce a sfrattare la moglie ed il figlio dalla casa che abitano, ma è così preso dalla sua voglia di riscatto da non rendersi conto di quanto gli animi intorno a lui siano inquieti. Improvvisamente da casa di Divko sparisce Bonny, l’amato gatto nero che lui ritiene l’artefice di tutte le sue fortune ed è qui che effettivamente le cose precipitano; non solo il gatto non si trova, ma il figlio Martin, con il quale Divko sta cercando di stabilire un rapporto, si innamora, contraccambiato, dell’amante del padre, la guerra è ormai alle porte tanto che nel municipio si raduna un esercito irregolare che vuole attaccare la caserma piena di soldati serbi. Quando gli irregolari portano via suo figlio, perché ha avvisato l’ufficiale serbo amico della madre che si trova nella caserma, Divko finalmente capisce quello che sta accadendo e cerca, a suo modo, di porre rimedio alla situazione.


Tanovic è evidentemente convinto che i tempi sono maturi per affrontare la “sua” guerra con i toni netti e semplici della commedia; probabilmente se il film non fosse stato realizzato da un bosniaco e non avesse ricevuto il premio del pubblico al Festival cinematografico di Sarajevo, il dubbio che questa semplificazione linguistico-formale del problema possa sconfinare nella banalizzazione sarebbe molto forte, ma evidentemente si tratta di un eccesso di scrupoli, dovuto anche alla sensazione che non si sia raggiunta una vera e propria pacificazione di quella zona, come sembrano evidenziare i recenti fatti dovuti al riconoscimento dell’indipendenza del Montenegro dalla Serbia. Cirkus Columbia, tratto dall’omonimo romanzo di Ivica Djikic, è in tutto e per tutto una commedia; Tanovic, tranne che nell’ultima inquietante inquadratura, rinuncia a qualsiasi cifra stilistica o virtuosismo, proprio per adeguarsi in toto ai canoni minimi di questo genere, fatto di battute (“Il muro di Berlino è caduto dalla parte sbagliata”) o gag visive (l’acqua bollente gettata sulla testa dei poliziotti dalla moglie di Divko durante lo sfratto) che necessitano di inquadrature semplici, chiare e di un montaggio impercettibile. Certo non mancano momenti di tensione come quando la moglie di Divko viene portata via con la forza dalla sua casa o quando il figlio viene prelevato dagli irregolari, ma i modi in cui ci vengono presentate queste scene non fanno assolutamente pensare che vi possano essere sviluppi tragici, così come sono subito chiari i possibili snodi del racconto e l’incrocio dei destini di alcuni personaggi (fin dal loro primo sguardo si capisce che il figlio e la giovane amante di Divko finiranno per mettersi insieme). 


 

Protagonista assoluto è un ottimo Miki Manojlovic, perfettamente a suo agio in un ruolo cinico e straniato alla Walter Matthau, al quale finisce per somigliare anche fisicamente, così come la bella Jelena Stupljanin richiama il fascino di Julienne Moore in Vanya sulla 42 strada di Louis Malle; ma vi sono almeno altri due insoliti protagonisti: l’inafferrabile gatto nero Bonny, che con la sua presenza sottolinea i punti cruciali del racconto, e la giostra del paese il cui nome dà il titolo al film. Felliniano elemento di ricordo la giostra “Cirkus Columbia” finisce, infatti, per simboleggiare la circolarità della storia e dei suoi personaggi, costretti a ritornare sempre sui loro passi come se gli errori commessi in gioventù non fossero serviti a niente.

 

Se No Man’s Land era un’esplicita denuncia dell’insensatezza di una guerra fratricida, dove gli antagonisti parlano la stessa lingua, Cirkus Columbia ne vuole evidenziare la futilità dei motivi che l’hanno fatta esplodere: vecchi rancori, piccole questioni personali, esagerate pretese di riscatto sociale, disegnano un quadro di meschine tensioni private che esemplifica l’assoluta pretestuosità di quell’inaudita violenza che ha dilaniato quei luoghi per quasi dieci anni. 

 

Cirkus Columbia
cast cast & credits
 



 
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