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Un cammino intenso e lineare

di Sara Mamone
 
Data di pubblicazione su web 09/02/2009  

Iraniano di Isfhan, autore e regista teatrale, radiofonico e televisivo Farhadi propone il suo secondo lungometraggio che segue il successo internazionale del primo Dancing in the dust del 2002. Molto ben recitato da un gruppo affiatato di attori il film mette evidentemente a frutto l’esperienza di palcoscenico, con un ensemble equilibrato e molto armonioso nel quale la coralità non è mai annullamento delle singole personalità ma abile valorizzazione.

La storia esile, lo stile pacato e “narrativo”, nel senso migliore, nascono dall’evidente esigenza di aver qualcosa da dire con il cinema e non dal dover cercare cosa dire. Per questo la storia semplice, riassumibile in poche parole, non rende ricchezza ed emozioni, linearmente presentate ma non per questo meno nitide: nessuna belluria infine, nessun vezzo neofitico o cinefilo ingombrano il cammino lineare. Che è un cammino di sentimenti, di conoscenza di sé, di dolorosi chiarimenti. Di cambiamento di stato quasi secondo i principi aristotelici della costruzione drammaturgica, con il passaggio dalla felicità all’infelicità più grave e “commovente”, quella incolpevole, in cui i personaggi a poco a poco vengono portati per mano dal loro destino.

Al gruppo gioioso di amici, ex compagni di università che decidono di passare insieme tre giorni di vacanza sul mar Caspio, si è unita, con qualche resistenza, anche Elly, la giovane istitutrice della figlia di Sepideh (anima e ispiratrice del viaggio). L’intenzione della giovane donna è quella di far conoscere ad Ahmad, emigrato da molti anni in Germania e appena reduce da un fallimento matrimoniale con una ragazza tedesca, l’incantevole amica. Nonostante qualche piccolo incidente premonitore l’allegria è generale e presto Elly diventa il centro di una benevola curiosità accresciuta dalle sue improvvise malinconie. Tutto pare a posto, tra scherzi, giochi, piccole commissioni in città, corse di aquiloni lungo il mare. Basta un secondo perché tutto cambi, sul viso stravolto di una bambina che chiede aiuto per il fratellino caduto in mare.

Il ritmo sereno del film diventa frenesia di anime e di macchina da presa, il mare un mostro indomabile, fino a che il piccolo viene avvistato e portato in salvo. L’immediata inchiesta sulle responsabilità rivela subito la sparizione della custode: dov’è finita Elly? Comincia il gioco sottile e sempre più avvolgente delle ambiguità: mancata custode o vittima della propria generosità? La giovane non si trova da nessuna parte, il mare non la restituisce. Nello scoprire che nessuno la conosce (Sepideh, che l’aveva invitata, non sa neppure il suo cognome per dare inizio ad una ricerca) a poco a poco l’atmosfera si carica di incertezza. Il tempo che passa non gioca a favore di un lieto fine e quando finalmente viene rintracciato un fratello, Sepideh è costretta ad ammettere che non si tratta di un fratello ma di un fidanzato. La rivelazione, che pone Sepideh al centro della riprovazione morale di tutti, renderà ancora più ambigua la figura di Elly, anzi, a questo punto il suo ricordo, quando il mare, che si è assunto il compito del destino, ne restituirà il corpo: al dolore, macchiato per sempre da un’ambiguità non più sanabile.


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