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Stati di famiglia

di Federico Ferrone
  Cous Cous
Data di pubblicazione su web 06/09/2007  

"In Italia comandano i morti e in Francia i film migliori li fanno gli immigrati". La prima è una delle frasi più lucide e significative de Il regista di matrimoni di Marco Bellocchio. La seconda è una constatazione che sorge spontanea per chi, al Festival di Venezia del 2007, ha visto a distanza di appena un giorno il loffio Le fille coupée en deux di Chabrol e il bellissimo Cous Cous (La graine et le mulet) del tunisino Abdellatif Kechiche.

Generalizzare è facile e ingiusto, ma c'è un abisso di vitalità tra il film del maestro della Nouvelle vague e quello del regista tunisino, già César per il miglior film e la migliore sceneggiatura nel 2005 con La schivata, e formatosi come attore in patria. Vitalità non nel senso di folklore "etnico", che pure non è assente nel film di Kechiche, ma come attualità di temi e originalità cinematografica. 

Cous Cous racconta la storia di Slimane Beiji (Habib Boufares), sessantenne immigrato tunisino, e delle sue due famiglie a Sète, città portuale del sud della Francia. Da una parte c'è la famiglia naturale, con la ex moglie Souad, i sei figli e le rispettive famiglie di questi. Dall'altra quella "acquisita", di cui fanno parte la nuova compagna, che gestisce il modesto hotel in cui vive Slimane, e Rym (la sorprendente esordiente Hafsia Herzi), la figlia di quest'ultima, che egli ama al pari di quelle biologiche.





Sempre più solo, minacciato dalla disoccupazione e dalla disgregazione delle due famiglie (i figli maschi vorrebbe addirittura che tornasse al bled, il "paese", ovvero la Tunisia), il protagonista decide insieme alla figlia adottiva di aprire un ristorante su una vecchia nave attraccata al porto. Specialità della casa, il cous cous di pesce, i cui ingredienti (i grani di semola e il muggine) danno il nome al film, con vaga allusione alla mescolanza delle famiglie franco-tunisine. Nonostante l'ostruzionismo delle banche, delle autorità portuali e comunali (tutte rappresentate da francesi bianchi e vagamente reazionari) che dovrebbero dargli i fondi e i permessi necessari, il progetto di Slimane ottiene l'appoggio di tutti i membri della famiglia naturale e dei suoi amici. Grazie al loro aiuto,  si arriva così alla serata inaugurale del ristorante, a cui sono invitati alcuni notabili della città e da cui dipende il futuro del protagonista. Ma le tensioni tra i vari personaggi sono destinati a esplodere in un crescendo di tensione che ricorda Big Night di Stanley Tucci e La cena di Ettore Scola.

Da sempre interessato al tema dell’immigrazione araba in Francia, Kechiche vi ambienta anche il suo terzo film (prima di La schivata c'era stato La faute à Voltaire, presentato a Venezia nel 2000) ma stavolta, più che ai contrasti oriente-occidente, sembra interessato a quelli interni alle due famiglie del protagonista. Contrasti tra prima e seconda moglie; sorelle protettive e fratelli puttanieri; prima e seconda generazione, figli naturali ed acquisiti. Come sfondo, la deindustrializzazione, la disoccupazione e la crisi economica che colpiscono il sud della Francia e che si ripercuotono ugualmente su francesi bianchi (de souche) e beurs.





Non si tratta di un racconto morale, né tanto meno di una fiaba in cui i cattivi occidentali si convincono della bontà e della semplicità degli immigrati tunisini, i quali infatti dimostrano tutta l'invidia, i difetti e le meschinità dei loro omologhi francesi. È piuttosto, come alcuni grandi romanzi europei, un grande affresco di famiglia che riesce a parlare anche di tutta la società in cui è ambientato, in questo caso quella francese e ancora di più la Francia dell'immigrazione, senza pesantezze e falsi stereotipi. 

I dialoghi (doppiaggio permettendo), come nel precedente film, sono strepitosi, in un francese che mescola cadenza meridionale ed espressioni arabe, così come l'insieme degli attori, tanto da far scomparire la distinzione tra caratteristi e protagonisti.

Nonostante la durata (più di due ore e mezza) il regista costruisce poche sequenze, molto animate e con grande uso della telecamera a mano che passa con frenesia da un viso all'altro. Alcune sembrano quasi interminabili ma alla fine tutto si rivela funzionale alla storia, come quella iniziale del pranzo in famiglia, necessaria a delineare le psicologie di tutti i personaggi.  O come quella della cena finale, capolavoro di ritmo e tensione quasi intollerabile costruita con un bellissimo montaggio alternato. Sequenza che si conclude con un taglio secco e inatteso, che da una parte sancisce un destino tragico, mentre dall'altra apre nuove prospettive per i personaggi del film.








Cous Cous
cast cast & credits
 
 

 




La locandina del film


 
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